mercoledì, 01 luglio 2009

Domani [oggi, n.d.R.] sessant’anni dalla «scomunica dei comunisti». Formalmente il decreto riguardava solo chi, cattolico, accettava in teoria e nei fatti il materialismo ateo proposto dallo statuto del Pci, ed è falso dire che per esso la Dc vinse le elezioni del 1948! Infatti arrivò dopo sedici mesi, e poi quel Pci accrebbe i consensi.
Sull’anniversario domenica «Repubblica» – ampio pezzo 'riassuntivo', intervista a Marisa Rodano e articolo 'storico' su roghi e inquisizioni, che non c’entrano niente – con strani vuoti, ed un solo accenno al fatto che la scomunica « si inseriva nel clima della Guerra fredda» . Senza chiarimenti è furbizia dolosa. Dopo il 18 aprile ’48, con la dittatura sovietica imposta con le armi all’Europa dell’Est, c’erano stati fatti significativi in campo religioso.
A Natale 1948 a Budapest era stato imprigionato, torturato e pubblicamente processato il cardinale Mindszenty, primate di Ungheria. Stessa sorte, in quel 'clima', a Praga per il cardinale Beran, e in Jugoslavia per il cardinale Stepinac, tutti con infamanti calunnie, ma sull’«Unità» e sulle piazze si esaltava l’esemplarità di quella 'democrazia' esportata in Europa. A «Repubblica» tutti 'smemorati' di Collegno come Totò, ma non fanno ridere. Ero ragazzino: ricordo le cronache, le foto e le discussioni. Si può oggi parlare della scomunica del 1949 e non ricordare quei fatti?
«Fare come in Russia» era programma ripetuto anche se Togliatti, conoscendo bene l’esemplare, in pubblico taceva e cercava di mediare, aiutato concretamente anche da quei cattolici che in buona fede videro nel movimento operaio un luogo in cui il messaggio cristiano poteva dare frutti… Ci furono infatti autentici cattolici che si sentirono davvero colpiti da quella 'scomunica'? Sì!
Marisa Rodano, intervistata da La Rocca su «Repubblica», ricorda che suo marito, Franco, aveva già ricevuto in anticipo un 'interdetto personale' in materia, e va annotato che quel decreto del 1 luglio ’49 portò i Rodano, Tonino Tatò, Giglia Tedesco ed altri, noti come cattolici, ad un singolare comportamento cosciente: per anni a messa, la domenica, senza fare la comunione.
Obbedienza di fede e libertà insieme. Quel decreto fu mai abrogato? Formalmente no, ma – in anticipo di anni sulla sua celebre distinzione tra «l’errore» e «l’errante» e soprattutto tra «ideologie filosofiche» che restano sempre uguali e «movimenti storici» pur ispirati da esse che tuttavia evolvono con cambiamenti veri – papa Giovanni incaricò padre René Arnou, gesuita, filosofo e teologo, poi confessore per anni di Paolo VI, ed il parroco della Natività, monsignor Rovigatti, di avvisare discretamente Rodano e i suoi compagni 'cattolici comunisti' che potevano riprendere la pratica sacramentale. Non basta: mai andrebbe dimenticato che poi, spinto proprio da Rodano e Tatò, Berlinguer cancellò dagli statuti del Pci l’adesione alla filosofia marxista, e con la «Lettera a Bettazzi», del 1977, tentò di cambiare in profondità l’atteggiamento del partito nei confronti di religione e Chiesa cattolica. Tentativo riuscito?
Guardando a certi ' eredi' di oggi, magari applauditi come 'cattolici', ma con una loro 'laicità' sempre uguale a laicismo, il dubbio è davvero forte.
"Comunismo, le ragioni della scomunica", Gianni Gennari, Avvenire, 31 giugno 2009
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sabato, 20 giugno 2009

Gabriele Rizzioli: professione calzolaio. Da quattro anni aggiusta scarpe nel suo negozio di via Cesare Battisti a Oderzo. Un mestiere che, come tutti quelli che “riparano cose”, è in via d’estinzione.
«Sì, infatti qui in zona ci sono soltanto io».
Con la crisi uno pensa che la gente, con meno soldi in tasca, preferisce riparare quello che ha invece che comprarlo nuovo.
«E invece no. Ho fatto i conti che rispetto allo stesso trimestre del 2008, quest’anno le commissioni sono calate del 19%».
E questo come mai?
«Perché se una persona compra un paio di scarpe a 18 euro, non va a spenderne 20 per ripararle. Le compra nuove. Questo sono i prezzi delle calzature in plastica nelle grosse catene di negozi».
Quindi è chiaro che conviene riparare un paio di scarpe solo se è costoso.
«Ovvio. Chi ancora può permetterselo e compra scarpe in pelle o di marca poi viene a ripararle: per una scarpa da donna in media tacco e suola si cambiano con circa 20 euro. Un tacco a me di listino cosa 6 euro, e a quel prezzo i cinesi vendono un paio di scarpe. Che poi durano pochissimo, si buttano via e se ne comprano di nuove. Spesso la gente ragiona così: va dai cinesi, o ai magazzini, acquista un prodotto che è di qualità molto minore e che avrà breve vita».
Ha un consiglio da dare a chi compra scarpe?
«E’ difficile, perché i modelli sono tantissimi ormai: o uno se ne intende o deve fidarsi della commessa. E poi chi compra di solito va a gusto».
Tutto il mondo è paese quindi. Anche quello della calzatura: così come nel XXI secolo non vale la pena per vari motivi portare ad aggiustare un cellulare o una stampante, così vale anche per le scarpe: si comprano, si “consumano”, si gettano. Con un costo in termini ambientali che sarà sempre più insostenibile.
L'Azione, domenica 21 giugno 2009
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giovedì, 11 giugno 2009
I «nuovi atei»? Sono l’alter ego «laico» dei creazionisti, i cristiani fondamentalisti convinti che il racconto della Genesi sia un dato scientifico assodato. Richard Dawkins, Sam Harris e Christopher Hitchens (i 'neo laici' di maggior successo) sono 'illogici e incoerenti' rispetto ai grandi pensatori atei del passato, ad esempio Nietzsche e Camus. Alterna il fioretto dell’argomentazione e la sciabola della polemica John Haught, teologo americano di vaglia, nel suo ultimo convincente lavoro, Dio e il nuovo ateismo (Queriniana, pp. 167, euro 13,80). Senior Fellow al Science & Religion Woodstock Theological Center della Georgetown University di Washington, nei giorni scorsi Haught ha ricevuto la laurea honoris causa dall’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, per la sua pluridecennale ricerca sul rapporto tra teologia e scienza.

Professor Haught, nel suo saggio distingue l’ateismo 'hard-core' di Sartre, Camus e Marx, da quello 'soft-core' di Hitchens, Dawkins e Harris: qual la principale differenza?
«Gli atei 'duri' volevano che si pensasse in maniera logica alle implicazioni dell’ateismo. Nietzsche, Sartre e Camus insistevano sul fatto che Dio non esiste e quindi non c’è una base eterna ai nostri valori etici. Se Dio non c’è, non esistono nemmeno gli assoluti! Ogni cosa è relativa e noi siamo i creatori dei nostri propri valori. Perciò gli atei 'duri' pensavano che ci volesse una coerenza enorme per essere un ateo, visto che non esiste più un appoggio morale. Per questo Sartre definiva l’ateismo 'un affare crudele'. La maggior parte della gente non sarebbe capace di essere veramente atea perché troppo debole nel vivere senza valori incondizionati. I 'nuovi atei' credono che certi principi siano assoluti, come la ricerca della verità scientifica oppure i diritti civili. Ma gli atei 'duri' direbbero che questi 'neo-atei' sono deboli e codardi come i credenti in Dio, dato che si aggrappano a valori assoluti».
Lei considera 'simili' i 'nuovi atei' e i creazionisti. Qual è il loro comune errore nell’approcciare il 'problema-Dio'?
«Come i creazionisti, anche Dawkins, Harris e Hitchens considerano la Bibbia incompatibile con la scienza moderna, in particolare con l’evoluzione. Al pari dei cristiani fondamentalisti essi si approcciano ai testi religiosi antichi per provare la loro pertinenza in quanto fonti di informazioni scientifiche. Ma la Bibbia non ha mai voluto essere all’origine di verità scientifiche. Ad Hitchens, ad esempio, fanno problema i racconti dell’infanzia di Gesù in Matteo e Luca. La maggior parte degli studiosi cristiani resta affascinata dall’irriducibilità narrativa di tali passi. Questi ultimi riconoscono che gli evangelisti stanno introducendo con quei testi alcuni temi poi ampliati nel corso delle loro opere. Tali racconti si preoccupano di trasformazioni spirituali, non di informazioni scientifiche. Ma Hitchens si domanda: come possono essere ispirati queste narrazioni se Matteo e Luca non concordano sui fatti storici? E finisce per definirli 'una frode immorale'. Anche Dawkins condivide con Hitchens un certo gusto litteralistico a livello esegetico. Egli però non vedrebbe nessun contrasto tra la Genesi e l’evoluzione se non condividesse con i creazionisti l’aspettativa che una Bibbia veramente ispirata potrebbe essere una fonte di affidabili informazioni scientifiche. Ancora più penoso il caso di Harris, il quale si domanda come mai la Bibbia, se è 'scritta da Dio', non possa essere 'la fonte più ricca a livello matematico che l’umanità abbia mai conosciuto'. Per lui, se la Bibbia è ispirata, avrebbe dovuto dirci qualcosa 'sull’elettricità, sul Dna o sull’attuale misura dell’universo'».
È preoccupato dalla diffusione di questo 'nuovo ateismo'?
«Il problema è che la maggior parte delle persone non possiede una preparazione teologica per rispondere ai 'nuovi atei'. Gli operatori di media, poi, non sanno come valutare i loro scritti dal momento che non hanno riferimenti teologici o filosofici. I lettori possono facilmente essere d’accordo con i 'nuovi atei' visto che gli scandali tra i preti o gli attentatori suicidi in nome di Dio sono fatti che capitano tutti i giorni. Per molte persone questo è il lato più visibile della religione. Ho scritto il mio libro come un piccolo tentativo per mostrare che c’è molto di più di questo 'lato oscuro' nella religione, e che esistono risposte positive e teologicamente elaborate al 'nuovo ateismo', così come all’ateismo 'duro' di cui si diceva».
A suo giudizio, c’è una risposta specificatamente 'cattolica' ai 'nuovi atei'?
«Sì. Anzitutto, sarebbe necessario che la Chiesa e i suoi membri confessassero il proprio coinvolgimento nei peccati che i 'nuovi atei' elencano in maniera fervorosa (e anche divertita). Una confessione come questa sarebbe una testimonianza potente della nostra professione di fede più fondamentale, ovvero che il mondo è avvolto in una bontà e in un amore infinito, una bontà che il nostro peccato ha offeso e oscurato: in questo modo il nuovo ateismo troverebbe fiducia e giustificazione. Però possiamo notare che, ironicamente, gli stessi atei testimoniano questa stessa dimensione di bontà nell’accusare i cristiani di immoralità. In che modo potrebbero esseri sicuri che i credenti sono cattivi senza essere toccati dalla bontà che stabilisce i criteri della loro stessa accusa? I cattolici chiamano Dio la fonte di questa bontà».

Avvenire, 9 giugno 2009
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sabato, 06 giugno 2009
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lunedì, 01 giugno 2009

La crisi, un futuro troppo incerto, il timore di dover licenziare: sembra siano state queste le motivazioni che hanno spinto Valter Ongaro, 58 anni, di Lutrano di Fontanelle, a togliersi la vita nel tardo pomeriggio di martedì 19 maggio, all’interno della propria azienda.
Un gesto estremo che ha fatto cadere nello sconforto la moglie Francesca e i due figli, Martina e Marco, nonché il fratello e socio Daniele. E inoltre i suoi tanti amici e conoscenti, tutti ora a domandarsi se questa tragedia si sarebbe potuta evitare. Valter Ongaro era una persona molto conosciuta e stimata nel suo paese, fin dalla giovinezza, grazie alla sua passione per la musica e il canto e alle sue esibizioni alle feste parrocchiali. Negli anni ’80 metteva su famiglia e avviava col fratello Daniele una impresa di verniciatura di infissi a qualche centinaio di metri da casa: una piccola impresa come tante nella nostra zona, che non aveva mai avuto grossi problemi di lavoro. Almeno fino a non molti mesi fa, quando gli effetti della crisi hanno iniziato a farsi sentire, specialmente per le aziende che come questa lavorano per conto terzi.
Alla Ongaro Fratelli S.N.C. aveva otto dipendenti, molti dei quali in azienda da più di vent’anni. Persone che avevano instaurato un rapporto molto familiare con i propri datori di lavoro: l’ipotesi di essere costretto a mandare a casa qualcuno di loro ha forse contribuito ad aumentare il malessere in una persona così sensibile.
La chiesa di Lutrano come prevedibile non è riuscita a contenere le tante persone accorse al funerale, tenutosi il 22 maggio alle ore 17, e celebrato da don Stefano Taffarel e dal suo compaesano e coetaneo don Pierino Bortolini.
Una macabra coincidenza ha legato la storia di Valter a quella di un collega di Castello di Godego, Stefano Grollo, che a distanza di un giorno ha preso per motivi simili la stessa tragica decisione.
(Articolo inedito)
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venerdì, 22 maggio 2009

Graziano Battistella, di Basalghelle, fa parte della Pastorale sociale diocesana. Alle spalle ha trent'anni di calcetto giocato ad alti livelli, durante i quali ha potuto vedere il mondo del videopoker da vicino.
«Quelle macchinette iniziarono a comparire nei locali dove si tenevano i tornei trent'anni fa. Ma per giocare a calcetto occorre relazionarsi con altre persone. Il divertimento sta nel come ti poni di fronte all'avversario. Il videopoker invece è individualista».
E questo cosa comporta?
«I giocatori di videopoker erano dei pivellini a calcetto. Perché era gente incapace di reagire, di accettare la sconfitta, di giocare con altri».
È quindi solo una questione di individualismo?
«No, anche giocare a poker seduto ad un tavolo può diventare una malattia. Ma è un problema diverso: per lo meno al tavolo occorre avere l'intuito di saper leggere l'avversario. In fondo il gioco c'è sempre stato. Un grande biblista come Luis Alonso Schökel scriveva come certi personaggi biblici, come Giacobbe, abbiano di fatto giocato con Dio, anche d'azzardo! Il gioco quindi è positivo, se c'è un avversario. Quello che c'è di diabolico nel videopoker è che l'avversario non c'è. Chi gioca da solo diventa narcisista, si diverte da solo. E lo fa perché non sa stare con gli altri.
Non va poi dimenticato che tutti i giochi a soldi, come anche il Gratta & Vinci o il Superenalotto, rappresentano per il giocatore un sogno. E con la crisi, il sogno aumenta: si stima che quest'anno l'erario farà incassi record, e le ultime indagini mostrano come non è più così vero che si gioca soprattutto al sud».
Perché di questo problema se ne parla solo adesso?
«In Italia si è iniziato a fare prevenzione contro il fumo solo quando la spesa sociale per curarne i danni ha superato gli introiti della vendita di sigarette. Col videopoker è la stessa cosa. Ed ora che c'è la possibilità di giocare con i telefonini il problema può diffondersi tra i più giovani».
Che cosa si può fare con loro?
«Semplice: ripristinare gli oratori. Metterci dentro i calcetti, perché il gioco dev'essere competizione, o comunque far giocare i bambini in squadra, abituarli a confrontarsi tra loro sul campo. Se non iniziano da bambini, a quindici anni non li cambi più».
L'Azione, domenica 17 maggio 2009
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venerdì, 15 maggio 2009
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categoria:barzellette